LE EMOZIONI IN QUARANTENA

Introduzione

L’emozione è definita come una risposta ad uno stimolo che produce cambiamenti fisiologici (aumento della frequenza cardiaca, aumento della temperatura corporea, cambiamenti sulla frequenza del respiro).

Le emozioni ci permettono di conoscere ciò che sta accadendo, ciò che vogliamo e ciò che per noi è importante.

Le emozioni si distinguono in emozioni primarie (innate e universali) e secondarie (derivano  dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con l’interazione sociale); tra le primarie troviamo “rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo, disgusto”; tra le secondarie “allegria, invidia, ansia, vergogna”.

La lettura riporta come reazioni ad eventi catastrofici alcuni dei seguenti sintomi:

  • Ansia: sensazione di tensione e timore continuo anche senza una ragione immediata;
  • Depressione: sensazione di stanchezza e perdita di interessi;
  • Apatia: ovvero blocco delle sensazioni, spesso sopravviene nel momento in cui si prende coscienza della gravità della situazione;
  • Paura: timore di non farcela a superare l’evento, o di perdere i propri cari;
  • Tristezza: causata dalla perdita di persone care o dalla vista di persone ferite o decedute;
  • Colpevolezza o senso di colpa: deriva dal credere di essere in una situazione di vantaggio rispetto ad altri; ma deriva anche dal rimpianto per le cose non fatte;
  • Vergogna: si prova riflettendo sulla propria reazione ad una situazione, ovvero all’essere sembrato vulnerabile e incapace di affrontarla;
  • Aggressività o rabbia irrazionale;

Non di minor rilievo sono le reazioni fisiche che si possono  presentare: stanchezza, insonnia, incubi, affaticamento mentale, disorientamento, tensioni muscolari.

Lo studio condotto

Il 30 gennaio 2020 è stata dichiarato lo stato di emergenza sanitaria pubblica internazionale (pandemia). Tuttavia nel Lazio solo la prima settimana di marzo è stata imposta la quarantena.

A distanza di un  mese dall’inizio della quarantena è stato somministrato un questionario al fine di valutare le emozioni maggiormente provate e quelle che ciascun soggetto, a fine quarantena,  pensava che avrebbe sperimentato.

Hanno partecipato 107 soggetti, tre dei quali sono stati esclusi perché unici studenti e con età al di fuori del range del campione analizzato.

Il campione di 104 soggetti risulta esser così composto:

69,1% donne; 29,9% uomini

51% celibi/nubili;  9,7% divorziati; 39,3% sposati

16,8% disoccupati; 83,2% occupati

20,2% vive solo; 79,8% vive in compagnia di genitori, amici, partner, figli

Nel questionario viene richiesta un’autodescrizione; l’aggettivo che sembra descrivere oltre la metà del campione è “solare” (52,9%) seguito da “empatico” (49,5% ) , “ottimista” (45,2%) e “razionale” (45,2%).  Il 41,3% si definisce “simpatico”, il 37,5% “altruista” ed “estroverso” per il 27,9% dei casi. Poco meno di un quarto del campione si definisce “ansioso” ( 22,1%) e “permaloso” (22,1%).[1]

Ora  le emozioni che il campione dichiara di provare maggiormente è la “tristezza” (44,2%) e “l’ansia” (42,3%). Segue “frustrazione” (26,9%) , “paura”  e “irritazione” (entrambe il 26%). Un 18,3% nell’ultima settimana riferisce di aver  provato anche “gioia”  e “divertimento”; di rilievo anche i sentimenti di “rabbia” 11,5%. “Vergogna”, “disprezzo”, “sorpresa” e “altre” emozioni (tra cui apatia, noia, sconforto) vengono riportate da meno del 3% dei soggetti.

Nel momento in cui i soggetti si sono dovuti esprimere sulle emozioni che pensano di provare a fine quarantena,  il  72,1% ha dichiarato che proverà “gioia”, il 27,9%  “divertimento”  ma allo stesso tempo  un 26,9% non sarà immune da emozioni legati alla “paura” e  il 15,4%  proverà “ansia”. La  notizia di fine quarantena verrà esperita con “sorpresa” dal 24% dei soggetti. Meno del 10% del campione pensa che proverà “tristezza” (7,7%) e “frustrazione” (9,6%).  “Senso di colpa”, “vergogna”, “rabbia”, “irritazione” e “disprezzo” vengono riferiti da meno del 3% delle persone.

Con i dati ottenuti si è poi cercato di verificare se alcuni elementi valutati (dati anagrafici, descrizione personale, emozioni attuali, emozioni per il futuro) fossero in qualche modo collegati tra di loro. 

Dall’analisi ne è derivato che le donne attualmente sperimentano un  maggior senso di “paura” rispetto agli uomini; i disoccupati nel futuro pensano saranno più “gioiosi” mentre quelli che hanno un lavoro pensano che sperimenteranno più facilmente un senso di “paura”. 

Interessante notare che chi ha dei figli riferisce meno “paura” pensando al post quarantena rispetto a chi non ha figli.  Chi attualmente sta lavorando riferisce più “divertimento”, chi non sta lavorando crede che proverà più sensi di colpa a fine quarantena. Sentimenti di “disprezzo” vengono sperimentati maggiormente da soggetti che vivono da soli.

Riflessioni sui risultati

  1. Le donne stanno sperimentando attualmente più paura rispetto agli uomini.

Questo risultato può esser ricondotto a ciò che alcuni studi hanno rilevato, ovvero,  che bassi livelli di estrogeni possono mettere più a rischio le donne dallo sviluppare i sintomi da disturbo post traumatico da stress e che le donne con maggiore stabilità ormonale o con più alti livelli di estrogeni gestiscono molto meglio la paura[2].

Sembrerebbe quindi che ci sia una maggiore suscettibilità da parte delle donne allo stress.In aggiunta vi è anche un differente approccio alle situazioni stressanti: i pensieri ruminanti sulla situazione ansiogena sono tipicamente femminili, mentre gli uomini adottano un approccio più diretto e risolutivo al problema.

Dovremmo però considerare anche un aspetto culturale ancora tipico della nostra società, che vede socialmente più tollerata per le donne l’espressione emotiva della paura e dei comportamenti di evitamento ad essa correlati, il maschio “deve” secondo tali stereotipi dimostrarsi sempre forte e sicuro. E’ quindi possibile che gli uomini abbiamo espresso meno emozioni negative di quanto non abbiano fatto le donne.

  1. I soggetti che hanno un lavoro pensano al futuro con paura, più dei disoccupati.

È possibile asserire che i disoccupati siano consapevoli di cosa voglia dire esser senza lavoro diversamente da chi ha un lavoro e che attualmente sta sperimentando il blocco della propria attività.

Consideriamo che più di 4 persone su 5 (81%) nella forza lavoro globale, che ammonta a 3,3 miliardi di lavoratori, sono attualmente interessate dalla chiusura totale o parziale delle attività produttive. Ciò non può che creare incertezza rispetto al proprio futuro lavorativo. L’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) definisce la crisi innescata dal Covid-19 come “la peggiore crisi globale dopo la Seconda guerra mondiale”, sono circa 1,25 miliardi i lavoratori impegnati nei settori identificati come ad alto rischio di incremento “drastico e devastante” dei licenziamenti e delle riduzioni dei salari e dell’orario di lavoro[3] anche in futuro.

  1. Chi continua a lavorare anche nel periodo di quarantena riferisce di riuscire a divertirsi di più rispetto a chi non lavora.

Questo punto può essere probabilmente legato a quanto sopra. Ovvero l’essere in una situazione lavorativa rassicurante permette di provare emozioni più positive. Inoltre,  (seppur non è stato verificata una relazione tra “lavoro da casa” e “divertimento”), si può comunque sottolineare che tra i soggetti che continuano  a lavorare, 36  sono in smart working, mentre 20 affermano di uscire per lavoro. I vantaggi dello smart working sono già stati evidenziati da studi di settore i quali hanno sottolineato quanto questa modalità lavorativa dia alle persone una qualità di vita migliore (alzarsi più tardi, risparmiare tempo negli spostamenti, possibilità di gestire in modo autonomo il tempo da dedicare al lavoro, etc). Alcuni studi hanno dimostrato anche un incremento della produttività.

Vi sarebbe quindi una gestione ottimale del tempo che rende  possibile dedicare più spazio a se stessi, alla propria famiglia e allo svago.

  1. Chi ha dei figli sembra riferire meno paura per il post quarantena rispetto a chi non ha figli. Come cercare di spiegare questo dato? Non è possibile fornire una risposta, tuttavia possiamo analizzare quanto sta succedendo in questo periodo.

Sembrerebbe che una delle maggiori difficoltà sta nelle differenti necessità che hanno genitori e figli: il lavoro, la cura della casa, la scuola e il gioco si fondono in un unico spazio spesso troppo stretto.

Gli adulti probabilmente stanno imparando anche a fare i conti con i propri limiti. Sono tante le domande dei genitori su come gestire l’aspetto emotivo, psicologico e sociale dei bambini/e e ragazzi/e durante questo periodo di emergenza.

Inoltre se è vero che alcune scuole si stanno organizzando con i corsi online, è altrettanto vero che le scuole primarie e dell’infanzia si prestano pochissimo alle lezioni in video. Di conseguenza, spetta all’adulto di riferimento gestire in casa i figli e la loro formazione.

Inoltre molto spesso gli adulti hanno meno tempo per estraniarsi e per mantenere una routine un po’ più simile a quella precedente all’emergenza perché gestire i figli non permette di avere tempo libero.

  1. Ansia, stati depressivi, attacchi di panico sono risposte comprensibili, visto che dobbiamo affrontare un forte stress dovuto alla necessità di combattere un nemico non prevedibile come il Coronavirus. Ma è altrettanto importante sottolineare i vissuti positivi così  come riscontrato da 1/5 di persone.

Conclusione

Da esperta posso affermare che è utile riconoscere le emozioni che non ci fanno star bene per cercare di trasformarle.

Gli atteggiamenti che ognuno di noi attua davanti ad una minaccia, dipendono e vengono allo stesso tempo influenzati dalla personalità  del soggetto.  E’ quindi di estrema importanza imparare a conoscersi per poter accettare emozioni negative.

Invito pertanto a riflettere su quanto stiamo provando e a collegarlo a quanto scritto inizialmente: le emozioni ci permettono di conoscere ciò che sta accadendo, ciò che vogliamo e ciò che per noi è importante.

[1] Assertivo 9,6%; collerico 3,8%; introverso 15,4%

[2] Ricerca riportata su “La Stampa”

[3] Fonte “la Stampa”

VIVERE UN LUTTO

Ieri in un contesto non lavorativo mi è stato chiesto da una conoscente “quali problemi avesse” e se stesse “impazzendo”, si trattava di una signora che aveva appena subito un lutto. Senza approfondire (proprio perché una conoscente e perché non ero in un contesto terapeutico) le ho detto che subito dopo un lutto sono comuni alcune esperienze: non accettazione dell’evento, rabbia , disperazione e sensi di colpa e che tale stato di malessere e di tristezza sarebbe potuto durare anche mesi. L’aver normalizzato il suo vissuto, ovvero l’aver detto che ciò che stava provando era comune a molte persone che come lei avevano vissuto un lutto, ha fatto si che si tranquillizzasse sul fatto che “non stesse impazzendo”. 
Quanto detto non significa ovviamente che non si possa soffrire, anzi la sofferenza esiste e può dipendere dalla propria storia personale, da come è avvenuto il decesso, dal tipo di relazione che si aveva con la persona deceduta così come dalla presenza o assenza di altre difficoltà congiunte.
Se infatti può essere naturale perdere dei genitori anziani non è detto che sia facile accettare tale evento e questa non accettazione può derivare anche, per esempio, dal fatto che ci sia qualcosa di “irrisolto” da qui i sensi di colpa o la rabbia per qualcosa di non detto o non fatto. 

COME SCEGLIAMO IL NOSTRO PARTNER?

“Spesso si ha la sensazione di ricadere negli stessi meccanismi relazionali o di trovare/scegliere sempre la stessa tipologia di partner a volte ripetendo il medesimo errore, benché ci si era ripromessi di non caderci più”.

Cosa ci spinge però a queste scelte che crediamo “irrazionali”? Le ricerche ci dimostrano che in realtà la scelta del partner non è poi così casuale come possiamo credere ma che essa segua basi psicologiche ben precise. Sembra infatti, che ci siano nella nostra mente dei modelli di come vorremmo la nostra relazione e cosa ci aspettiamo da essa; tale modelli sembrano derivare dalla prima esperienza di relazione di attaccamento: la relazione con i nostri genitori. 
Non bisogna però fare l’errore di credere che non ci sia nessuna “speranza” e che quindi continueremo a ripetere sempre gli stessi errori utilizzando convinzioni fatalistiche del tipo “Tanto questo è il mio destino!” oppure incolpando i nostri genitori “E’ colpa dei miei genitori se sono così!”. Perché, se è vero che la sicurezza o l’insicurezza dell’attaccamento che un individuo ha acquisito dalle proprie esperienze infantili è un “tratto” che influenza le relazioni di coppia, è altrettanto vero che nuove esperienze emotive possono costituire per ognuno di noi un’occasione per modificarsi. Diventa perciò importante conoscersi e conoscere la propria storia familiare/relazionale al fine di individuare tutti gli eventuali automatismi che entrano in funzione quando si sceglie un partner.

RICONOSCERE I PROPRI BISOGNI

“Quando parliamo dei bisogni degli esseri umani parliamo dell’essenza della loro vita” (Maslow).

La spinta motivazionale ad agire, ovvero a raggiungere qualcosa, è innescata quando l’individuo avverte un bisogno. E’ pertanto fondamentale imparare a riconoscere i propri bisogni per poter indirizzare la propria vita al raggiungimento di essi. 
Accettare di avere dei bisogni (di affetto, di autorealizzazione, di stima…) non è una debolezza ma rappresenta la nostra forza.
…E tu conosci i tuoi bisogni?

RABBIA E VIOLENZA

Quando l’aggressività viene inibita può divenire RABBIA, che è uno stato emotivo legato prevalentemente alla proibizione. Secondo la teoria di Dollard 1939 l’aggressività infatti è sempre una conseguenza ad uno stato di frustrazione; le frustrazioni si sviluppano in situazioni in genere conflittuali che impediscono od ostacolano la realizzazione di un obiettivo che si credeva di poter raggiungere. Ciò determina una risposta aggressiva che è tanto più intensa quanto più è elevata la quantità di frustrazione. 
Il termine 
VIOLENZA deriva invece dal latino “vis” ed esprime il concetto fenomenologico di violazione, la violenza rappresenta il lato distruttivo dell’aggressività. L’aggressività può avere una connotazione positiva quando consente la difesa da pericoli obiettivi; riveste invece una connotazione negativa quando si esprime come violenza fine a se stessa.

IL DISTURBO DELL’ADATTAMENTO

Fulcro della “Teoria dell’evoluzione” di C. Darwin (1859) è l’ADATTAMENTO.

Egli osservò che l’adattamento all’ambiente e l’origine di nuove specie erano fenomeni strettamente correlati tra loro. Per esempio se qualche barriera geografica teneva distanti due popolazioni di una stessa specie, queste potevano divergere nelle loro caratteristiche anatomiche, per adattarsi all’ambiente circostanze. Concentrandosi sui meccanismi di adattamento, Darwin propose il suo concetto di selezione naturale come meccanismo promotore dell’evoluzione. (Darwin, L’origine della specie).

Si dice che un individuo è ben adattato quando nell’interazione con l’ambiente è in grado di soddisfare in modo equilibrato i propri bisogni e le richieste provenienti dall’esterno.

Si entra in una situazione di conflitto quando questi due aspetti sono tra di loro in contrasto, se tale situazione di indecisione permane a lungo si può determinare uno stato di disagio. Il crearsi di una conflittualità porta a uno squilibrio tale da causare una condizione di disadattamento che non permette più di svolgere adeguatamente i compiti della vita quotidiana.

Il disadattamento è frequente nei primi anni di vita: disadattamento dei bambini ai genitori, all’ambiente scolastico, alla nascita di un fratellino etc. Anche nella vita adulta si riscontrano problemi di adattamento: disadattamento alla sessualità, al servizio militare, ad un impiego etc.

L’adattamento interpersonale deriva da una serie di competenze, atteggiamenti e comportamenti che l’individuo mette in atto quando entra in relazione con altre persone. Difficoltà in questi ambiti inducono condizioni di disagio o di disadattamento che possono associarsi a vere e proprie patologie.

Competenza essenziale per l’ADATTAMENTO è la capacità di auto-affermazione ovvero la capacità di affermare le proprie esigenze e difendere i propri principi e le proprie idee. Carenze nelle conoscenze sui comportamenti socialmente appropriati e/o nella pratica di essi, interferenze emozionali o incapacità a darsi giusti feedback producono una situazione di “incompetenza sociale” che rende problematico l’adattamento: ne sono possibili esiti l’eccessiva passività o al contrario l’aggressività non controllata.

Fonte di scarso ADATTAMENTO può essere, per esempio, l’ANSIA SOCIALE ovvero la condizione di tensione che si verifica in situazioni in cui il soggetto si sente osservato e teme valutazione negative che possono ferire la propria autostima. Questa preoccupazione porta ad evitare le situazioni potenzialmente stressanti. i disturbi dell’ADATTAMENTO compaiono quindi in seguito a uno o più eventi STRESSANTI in grado di influenzare la sfera psichica e quella sociale; di solito sono transitori.

A volte accade che situazioni oggettivamente traumatiche non producano segni di sofferenza e che viceversa altre apparentemente modeste sì; l’interazione persona-evento è strettamente soggettiva. L’intensa sofferenza provocata dal disturbo causa una compromissione delle funzionalità della persona a livello relazionale, lavorativo e sociale.